Una vita, una storia, un sogno.

…“Potrebbe quello di  Giovanni Sisinni essere anche un macrocosmo. La contemplazione di un’eternità di polveri e gas interstellari, fotoni perennemente in fuga lungo l’orizzonte degli eventi, l’infinito dipanarsi di nubi di idrogeno, pianeti inesplorati lanciati lungo imperturbabili ellissi, nascita ed esplosioni di stelle.”… (Riccardo Rosi)

 Classe 1974, primogenito di una famiglia di artisti affermati da più generazioni, cresce, nel cuore del Salento, tra la casa studio del padre, ed il laboratorio del nonno, nel mito indiscusso di un destino, l’eccellenza artistica dei Sisinni, che tutti davano per già compiuto e definito, addirittura risolto.

Di carattere irrequieto, pazientissimo all’occorrenza ma inadatto ad ogni forma di disciplina, sognatore, dedito all’astrazione più convinta, amante di tutto quanto tenda a risultargli pertinente, quindi impertinente al massimo, padrone assoluto di un caleidoscopico universo devozionale in cui le suggestioni e le supposte virtù si susseguono e si incalzano in forme e modi sempre nuovi e stimolanti, svolge, ignaro quanto incolume, la sua più giocosa ed incosciente fetta di felicità esistenziale accanto al disastro di una realtà non più rurale, mai industriale, troppo poco moderna, che trova nella propria indeterminazione, e nel conseguente imbarazzo, l’ennesima conferma al principio di millenaria e spaventa appartenenza a cui è devota.

Manifesta, sin da piccolo, una spiccata propensione per le arti, mostrandosi perfettamente a suo agio nel laboratorio di nonno Nino, ovvero apprendendo direttamente da lui la tecnica di disegno, pittura e scultura, e carpendo precocemente i segreti della rappresentazione architettonica nelle lunghe visite pomeridiane allo studio di architettura del papà Nello, che osserva dipingere, plasmare e progettare.

Nel periodo delle scuole medie, inizia a manifestare i primi, apparentemente inspiegabili, sintomi di irrequietezza, diventando sempre più scontroso ed introverso, e facendo letteralmente disperare i professori: è l’inizio di quel disagio esistenziale che per lui avrà sempre una grande componente ambientale, e che solo molti anni dopo, seppur tra mille ipotesi e tentennamenti, lo porterà a scegliere di cambiare radicalmente luogo e stile di vita.

Per ora, comunque, Giovanni deve fare i conti con il suo ambiente di origine, dominato da un incipit di persistente, riottosa, compiaciuta, persistenza intenzionale, una sorta di sgangherata quanto testarda forma di nichilismo umorale ante litteram, sempre pronto ad imporre il proprio io stizzito e diffidente, e ad individuare nello stesso l’unica e certa soluzione al proprio ovvio argomentare, e che genererà sempre in lui un incontenibile, impaziente, irrequieto desiderio di rivalsa, a sua volta vissuto sottoforma di quell’evidente motivo di urgenza emozionale che tanto andrà a caratterizzarne il comportamento, la condotta, la persona tutta, sempre in lotta per il raggiungimento di quel grado di felicità espressiva, di dignità identitaria, per quanto relative ed eventuali, comunque in grado di restituire, finalmente, l’immagine del turbinio di disperante vitalità che si agita in lui, e della ingenua semplicità intellettuale riconducibile proprio a quella intenzione artistica, estetica, ed infine stilistica, con la quale, nel bene e nel male, gli è stato insegnato, forse, a scegliere, o, comunque, a distinguersi.

Successivamente, nella fase liceale, attraversa una terribile crisi adolescenziale, determinata innanzitutto dall’incontro scontro con una macchina scolastica lontana da ogni forma di attenzione e tutta incentrata alla conservazione di schemi, prassi, metodi oramai desueti quando non dannosi: dinanzi allo spettacolo di una tale orgogliosa, brutale, consistenza, reagisce come può, ovvero tentando di salvaguardare la propria lucidità intellettiva, chiudendosi in se stesso e cercando di avere meno contatti possibili con la realtà: l’abbandono di ogni forma di arte è solo il più evidente dei momenti di indisposizione provati da Giovanni.

Sono gli anni di una adolescenza che invoca, disperata, un qualsivoglia motivo di evasione da se stessa, sono gli anni dei rapporti difficili con i genitori, con i familiari, con i conoscenti, sono gli anni della sofferenza comportamentale più evidente, in cui l’unico spiraglio di dignità emotiva gli proviene dall’ascolto della musica Pop Rock di quel periodo. Sono gli anni della nascita e della affermazione delle televisioni private e del videoregistratore, e Giovanni sperimenta su se stesso la spettacolare emozione di una esperienza audiovisiva coinvolgente come quella dei primi video clip musicali per il mercato di massa. Fondamentali, a tal proposito, saranno “Personal Jesus” dei Depeche, e “The Wall” dei Pink Floyd, oltre a quel mare magnum di emozionalità video sonore che letteralmente ipnotizzò la cultura giovanile di quegli anni, restituendola a quel salvifico sogno di entusiasmante “redenzione” identitaria che altri settori dello scibile non riuscivano più ad assicurare, od anche solo rappresentare, con la necessaria efficacia.

Nel 1992, con immensa difficoltà, porta a compimento gli studi classici, diplomandosi, miracolosamente, col minimo più uno dei voti.

Successivamente si iscrive alla facoltà di architettura di Napoli, a quel tempo l’unica a non avere ancora adottato la delirante disciplina del numero chiuso per la selezione dei giovani talenti da destinare alle virtù del sapere.



All’inizio Giovanni è colto da un entusiasmo irrefrenabile: torna ad assaporare la libertà di apprendimento più coinvolgente, e, dopo un primo periodo, caratterizzato da una disponibilità di discernimento a trecentosessanta gradi, e da un entusiasmo davvero irrefrenabile, mosso, o piuttosto scosso, dall’articolato amalgama di criticità concettuali ai tempi in voga nell’ateneo federiciano, finisce per individuare nella corrente dell’espressionismo architettonico del primo novecento i parametri di quella disciplina dell’eccezione a cui affiderà le sorti della sua migliore fortuna intellettiva e di cui cercherà instancabilmente le tracce, finendo per scontrarsi, ancora una volta, con la più cruda delle verità: un sapere gravemente conformato ad uso e consumo di un sistema accademico avaro di contenuti, povero di argomenti e, comunque, stereotipato, pigro, e triste.

Ciononostante intraprende con decisione e metodo la carriera universitaria, riscoprendo le doti innate per le discipline più varie, e, conseguentemente allo studio delle tecniche di rappresentazione architettonica, riscopre la antica vocazione delle arti visive, tralasciate durante il liceo: dopo i primi esperimenti con china, tempera, colori acrilici, e soprattutto smalti sintetici, riscopre la passione per quel colore ad olio, che aveva utilizzato da bambino nella casa di Cursi, senza dimenticare di trovare il tempo e le  energie da dedicare alla lavorazione dell’argilla, altra sua grande passione.

Dopo un evento traumatico, durante un incontro di boxe clandestina, nel corso del quale, colpito al mento, visualizza, o crede di visualizzare, una struttura neuro emozionale policroma a matrice organica, cambia improvvisamente direzione, abbandonando, nell’arte, ogni riferimento figurativo: partorisce, nel 1995, il Technopop, lo stile pittorico al quale dedicherà, d’ora in avanti, tutte le sue migliori attenzioni, e la maggior parte del suo tempo e delle sue risorse, destinando le virtù della più raffinata tradizione figurativa esclusivamente all’ambito delle tecniche di rappresentazione proprie della disciplina architettonica, per la quale, ancora studente, inizia a svolgere i primi, benefici, incarichi professionali.

Nel frattempo, sin dal primo anno di facoltà, ha conosciuto Piera,e la ama, ricambiato, di un amore esclusivo, tenero, assoluto: grazie a lei inizia a capire, poco alla volta, il vero significato della parola felicità, scoprendo inoltre, con incredula meraviglia, tutti i vari picchi di eccellenza del tanto frainteso costume partenopeo, in ambito linguistico, enogastronomico, artistico, culturale, comportamentale, identitario, finendo anch’egli per riservare la più commossa e spaventa devozione al vero nume tutelare dei napoletani, il Vesuvio.

 

Va avanti con sempre minore entusiasmo negli studi di architettura.

Per trovare gli spazi di cui il Technopop necessita, prende in affitto un grosso monolocale in un quartiere degradato della periferia orientale di Napoli, a ridosso di Piazza Garibaldi, dove, lontano da Dio, e dagli uomini, studente di giorno, si dedica nottetempo all’approfondimento delle verità esistenziali che si sente esplodere dentro sottoforma di output espressivi, con forme e modi diametralmente antitetici alla grigia ed autoreferenziale disgrazia accademica di cui continua ad essere testimone impotente.

E gli anni, impietosi, passano.   

Ma questo succede di giorno.

La notte, quando tutto tace, Giovanni ha le sue verità da affermare ed il suo destino di incredula meraviglia da obbedire. Sono infatti di questo periodo le prime, entusiasmanti, disperate verità pittoriche che determinano l’insorgere di un vero e proprio altrove stilistico: egli sviluppa un articolato e coinvolgente paradigma espressivo, fatto di segni morbidi, giocosità sintattiche fluttuanti e leggere, ma assolutamente mai gratuite, in cui prevale la forma curva, a matrice organica, che a sua volta definisce il dominio di agile e felice insistenza entro cui le variazioni tonali più accattivanti riescono finalmente a definire quel salvifico regime di assoluzione emozionale di cui Giovanni sente sempre di più la necessità.

Egli si tiene sveglio, nelle lunghe nottate al cavalletto, con dosi massicce di caffè Kimbo, Marlboro rosse morbide, e musica Techno, sognando, per la propria arte un riscontro ed un merito pari a quello della cultura Pop: è la nascita del Technopop, il nuovo teorema stilistico che Giovanni sogna declinato a livello globale in tutte le forme di arte.

Contemporaneamente quindi, grazie all’utilizzo dell’argilla, cerca il legame formale tra la soglia percettivo espressiva suggerita dai suoi quadri e la ragione plastica delle cose, col pallino di riuscire a tradurre il Technopop stesso in quella sorta di linguaggio universale che solo l’architettura potrebbe finire per rendere fruibile in maniera massiva, ovvero efficace, senza mezzi termini.

Di giorno frequenta, poco e male, la facoltà di architettura, ma c’è dell’altro: sono gli anni, frenetici, dello sviluppo del settore digitale. Nascono e si diffondono i software per la rappresentazione architettonica, il calcolo strutturale, la contabilità lavori.
Giovanni non si nega a niente.

Nella sua casa laboratorio installa una delle poche stazioni hardware in grado di supportare la tecnologia di rotazione dei piattelli a 15000 rpm, e così, mosso da una voglia di conoscenza priva di soluzione alcuna, sempre nottetempo, viene risucchiato dal vortice della realtà virtuale, finendo per divenire un superesperto di tecnologie informatiche per il settore edile, cosa che gli consentirà di guadagnare discretamente ed acquistare attrezzature sempre più performanti, fino a rimanere intrappolato in quella spirale di esasperata, inesausta, propulsione condizionale che ne caratterizzerà l’esistenza anche dopo gli studi, portandolo ad entrare in possesso di un pacchetto software del valore di svariate decine di migliaia di euro, sempre più bisognoso di risorse mentali, fisiche, ed economiche.

Nel frattempo si laurea, sempre assieme a Piera (con cui intanto ha posto le basi di quel fortunato sodalizio tecnico professionale che farà la loro fortuna in ambito lavorativo), con una stupenda tesi in progettazione urbana: un albergo diffuso tra le strutture rurali a secco del capo di Leuca: è il suo addio definitivo al Salento: d’ora in avanti Giovanni inizierà a considerarsi napoletano ed a guardare con occhi di rinnovata fiducia alla realtà partenopea, finalmente in grado di offrirgli, con la libertà dell’esercizio professionale, quel livello di dignità e di indipendenza che lui aveva sempre desiderato.

Il 21 giugno 2006 Piera e Giovanni si sposano, e vanno a vivere, a Santa Maria Capua Vetere, a 40 Km da Napoli, dove riescono, loro malgrado, a beneficiare di un regime esigenziale meno sacrificato di quello caratteristico dell’area Vesuviana: più spazio, meno spese, tanta, tantissima tranquillità.

Contemporaneamente, mosso da sano e vivo entusiasmo, continua a spendere tutto se stesso nel sogno architettonico, lavorando intensamente, e distinguendosi per capacità ed abnegazione.

Nel novembre 2011 organizza la sua prima personale di pittura: espone per due settimane al Pica Gallery, a Napoli, in via Vetriera. E’ in questa occasione che conosce Riccardo Rosi, un collega esperto in arte ed architettura contemporanea, che gli dedicherà l’attenzione di una nota critica di rara ed insperata efficacia sulla sua pittura, in grado di collocarla con autorevolezza tra i più validi momenti di eccellenza dell’arte contemporanea stessa: questo evento rappresenta, per Giovanni, un vero e proprio spartiacque, in quanto, mosso dal livello di particolarità dell’attenzione ricevuta, inizia a maturare l’idea di restituire al Technopop la forma di una vera e propria teoria stilistica ufficiale, in modo da renderne accessibili i contenuti, condivisibili le tematiche ed efficaci i principi. 

…”perché Sisinni evoca quelle che a noi paiono visioni di una natura primigenia, una sorta di rappresentazione degli albori della vita. Labirinti viscerali, ramificazioni vegetali, immersioni in acque di oceani primordiali nei cui abissi vagano forme biomorfe e globuli in perenne migrazione. E l’Emozione è quella di un mondo popolato da embrioni d’intelligenza in attesa del loro compimento. Sisinni evoca una parvenza di vita che , dal mondo delle reazioni istintive, attende di essere sollevato alla conquista della piena coscienza.”… ( Riccardo Rosi ) 

Nel 2014, attraversa un momento di crisi a causa di forti delusioni in ambito professionale che lo spingono a trascurare sia il settore tecnico che quello artistico. Piera gli resta accanto, e con il suo amore e le sue cure riesce ad aiutarlo a ritrovare lo spirito giusto per affrontare anche questo tipo di difficoltà.

Piano piano Giovanni recupera le forze, ed istintivamente torna a dipingere.

Nel 2015, al piano terra del palazzo in cui abitano, Piera gli mette su un vero Atelier: cinquanta metri quadri di disponibilità spaziale assoluta, in cui Giovanni, timidamente, riprende il contatto con il colore ad olio e con la realtà: i primi risultati sono molto significativi, ma stilisticamente incongruenti: l’anno chiude con una serie di otto tele 50x60 che recano i segni evidenti della sofferenza che l’autore paga in termini di fragilità espressiva ed indeterminatezza compositiva: un’esperienza davvero triste, tramite la quale però, egli riesce a ristabilire quei parametri di attenzione che torneranno ad urlare la propria ragione nel periodo successivo.

Il duemilasedici va decisamente meglio: una ventina di pezzi, di dimensioni diverse, in cui riesce a recuperare quasi a pieno l’utilizzo dei canoni del Technopop, restituendo se stesso ad una intenzione elettiva, l’arte, che torna ad assaporare il gusto dell’ebbrezza espressiva, percettiva, ma anche e soprattutto intenzionale, più soddisfacente ed efficace.

Il duemiladiciassette è l’anno del miracolo; Giovanni mette in lavorazione una mega serie di 25 tele, di varie dimensioni, i cui work in progress inizia a pubblicare quotidianamente sui suoi profili social, riuscendo a svolgere il tema del Technopop nella maniera più adatta alle sue necessità, ovvero evolvendone ed articolandone il discorso senza negarne il legame con il passato, ovvero definendo una condotta creativa in grado di dichiarare la propria virtù estetica in funzione di un divenire pittorico finalmente, ancora, in grado di stupire. Era quello che aspettava: tutto torna a collimare, tutto torna a rispondere ai più pertinenti perché; il nostro Giovanni, nuovamente padrone del proprio destino creativo e dei propri entusiasmi, torna a guardarsi attorno con cognizione di causa, torna a guardarsi dentro con quell’antico, immutato, rinnovato stupore che sa rendere tutto speciale e degno della migliore poetica del sublime. Il suo stile si rinnova, egli espande le gamme tonali dei suoi quadri, affina nuove soluzioni semantiche ed espressive, insomma, sviluppa ulteriormente il proprio codice pittorico, riscoprendosi ancora una volta in grado di crescere e di avere qualcosa di nuovo da dire.

…”E l’emozione è ancora quella del colore. La calligrafia minuziosa delle figure è sorretta da un generoso lavoro sul colore che definiremmo, appunto, “emotivo” ”…(Riccardo Rosi).

E’ del febbraio 2017 la sua partecipazione alla mostra collettiva “Underground”, presso il MIIT di Torino, a  cura di Guido Folco, mentre nell’ottobre dello stesso anno partecipa alla “Biennale di San Leucio”, a cura di Gianpaolo Coronas.

Nel 2018 partecipa alla collettiva “I cinque sensi”, presso il quartiere militare Borbonico di Casagiove, a cura di Gianpaolo Coronas, e nel settembre dello stesso anno prende parte alla rassegna “Art escape 2018”, a palazzo Zenobio a Venezia.

Contemporaneamente riesce ad ottenere qualche piccolo incarico di progettazione architettonica e decide di guardarsi attorno anche in quella direzione.

Nel suo atelièr, in via Roma 57 a Santa Maria Capua Vetere, una balla da 25 Kg di argilla di Schio, attende, paziente, che arrivi il suo turno.

Egli può definirsi nuovamente felice.

E’ il presente.

Grazie a Dio.

 

Copyright Francesco Giovanni Sisinni 2017